11 novembre 2009

Home

“Casa” non è un posto, ma persone.

E come quando (fuori piove) te ne vai dalla tua casa materna/paterna, ti accorgi che ti manca perché non ci sei più dentro come prima. Le magliette non si stirano più miracolosamente da sole.

I piatti non si incolonnano diligentemente verso la lavastoviglie come una volta.

Al centro di ogni stanza, si apre un portale per il Piano Elementale della Polvere.

Adesso ti arrangi, cazzone.

E non si capisce bene perché questo dovrebbe darti un senso di… libertà? Indipendenza?
Cosa c’è, ci si deve sentire più adulti, maturi, nel lavarsi i calzini?

Credevo che diventare grandi volesse dire avere delle responsabilità (serie, intendo), ed un senno maggiormente sviluppato rispetto a quello del sellino di una bicicletta.

Eppure, capisco che non sia una cosa importante, ma necessaria. Per sconfiggere delle paure, per mettersi alla prova forse, ma comunque per dimostrasi qualcosa. Che volenti o nolenti, lo sappiamo tutti che avere una mamma ed un papà, oltre che una gran botta di culo (almeno nel mio caso) è anche una comodità mica da ridere.

Quindi, so già che i miei 4 muri non mi mancheranno tanto come il sorriso di mia nonna, come mia madre che rompe le balle per qualcosa, come il mio babbo che ha bisogno di nonsisacosa. Il mio letto non sarà più scomodo, ma non ci sarà Bongo la mattina che mi lecca la faccia per svegliarmi (senza suoneria, Callaghan).

E non è neanche l’anno migliore, per il lavoro, per le persone che ho perso, e per mille altre cose. Quindi, è per forza l’anno giusto, che se ce la fai ora, coglionazzo, persino uno come te può dire di essere a metà strada.

Quindi, lo faccio. Ecco, l’ho detto. Non posso più tirarmi indietro.

Però, mamma, domattina svegliami tu, che non ho voglia di puntare il telefonino.
Alle 7 e mezza, grazie.

-L.