22 aprile 2011

Yama Arashi

Si dice che, una volta, durante i temporali, tutto fosse silenzioso.
Si poteva udire, tendendo l’orecchio, il rumore della pioggia battente.
Si poteva cogliere la luce del lampo balenare nell’oscurità.

Ma nessun rumore.
Nulla, nisba, nada, nothing. Una mazza di niente.
Neanche un bottarello, un’esplosione, una ceppa.

Ma allora, da dove vengono i tuoni che sentiamo ora, se all’inizio non c’erano?

Per scoprirlo, dobbiamo andare all’inizio della storia contemporanea, quando gli uomini erano uomini, le mucche mucche, e non c’erano mica tanti ghirigori per dire le cose, ma soprattutto quando (alla nostra stessa età), le persone saltavano i fossi per il lungo.

A quei tempi viveva un uomo di dimensioni notevoli. Dove per notevoli intendo grandi. Dove per grandi intendo enormi. Una montagna di carne che neanche in tutta la fabbrica della Manzotin riesci a trovarne così tanta.

Naturalmente, questo uomo era manesco come pochi, e chiunque incrociasse la sua strada era destinato ad essere selvaggiamente aggredito e percosso rudemente, prima di essere scagliato in aria dal suddetto energumeno.

Il simpatico bestione aveva l’abitudine di posizionarsi su un valico montagnoso, in prossimità del passo, in modo da costringere i poveri passanti( passo = passanti, tutto torna) a misurarsi con lui. E visto che nessuno voleva fare a gara confrontando la misura dei rispettivi piselli, finiva sempre a sganassoni.

Quella era l’ennesima volta in cui il gigante aveva prima menato e poi espulso nell’aere un malcapitato.

L’uomo volò talmente in alto che per qualche secondo sparì dal campo visivo dei presenti, e quando atterrò si vedeva benissimo un deposito di brina sulle spalle e sui capelli. Non morì per l’impatto, ma di freddo.

Il butterato, enorme troglodita che lo aveva scagliato in aria stava immobile, con lo sguardo della mucca che vede passare il treno, sbiascicando un sorriso sadico riscontrabile sulla faccia di qualche bambino, mentre cuoce una formica al sole con una lente di ingrandimento, e forse in qualche gerarca nazista. In ogni caso, fra le molte qualità del bestione, un fine intelletto probabilmente sarebbe manca to all’appello.

Nel frattempo, un nutrito stuolo di poveracci stava cercando di capire se lo sfigato fosse sopravvissuto alla titanica quadra con atterraggio di nuca (sulla nuda roccia) che lo aveva coinvolto; più che spirito umanitario, però, dimostrarono un notevole senso pratico, saccheggiando belluinamente il cadavere non appena constatato che questi era, in effetti, tale.

Una fitta pioggerella iniziò a cadere dal cielo, e sulla vetta del monte alcuni lampi iniziarono a balenare nel cielo silenzioso.

La figura di un nanide gobbo e leggermente zoppicante apparve all’orizzonte uggioso ed uggiante; con passo incerto, stava risalendo la strada che portava al passo, probabilmente ignaro del gramo destino che lo attendeva.

Il manipolo di sciacalli si scostò rapidamente, formando un corridoio umano che conduceva dritto dritto in bocca al leone. Nei loro piccoli cervelli avidi, stavano già computando quanto avrebbero ricavato vendendo il corpo dello sgorbio a tranci al mercato rionale.

L’inutile tentativo di essere umano approdò con incedere incerto sino ai piedi della sagoma del gigante. Alzando lo sguardo per cogliere l’immensità della figura umanoide che gli si parava d’innanzi, mostrò un viso piccolo e rotondo, malignamente orientale, con due baffetti ridicoli che incorniciavano una bocca sorridente. Il bestione grugnì in segno di saluto.

“OOOOoooOOOOooo caro Gigante-San, potresti spostare la tua enorme mole dal passaggio, in modo che possa proseguire nel mio cammino?” chiese la minaccia gialla.

“Manco per il cazzo, sgorbio” rispose amichevole l’Homo Neanderthalis.

“OOOOoooOOOOooo Gigante-San, perché tu vuoi litigare con piccolo pellegrino giallo? Vuoi forse udire ciò che orecchio umano mai sentito prima?”

“Eh?” controbattè il bulldozer, con un incontenibile moto di sagacia.

Il nano di gesso stava facendo conchiglietta con la mano all’orecchio sinistro, girandosi in tutte le direzioni come se stesse aspettando di sentire qualcosa.

“Che cazzo ascolti, micro-pagliaccio?”

“OOOOoooOOOOooo Gigante-San, non senti anche tu rumore di tuono?”

“Tuono? E che cazzo sareb---“

BBBAAAAAAAAAAAAAAAAAAMMMMM

Il cranio del bestione impattò la dura roccia con un rombo che squarciò il silenzio del temporale; la mossa del nanide rachitico fetente era stata troppo rapida per essere colta ad occhio nudo. Gli sciacalli osservavano la scena con occhi sbarrati ed attoniti.

“La Tempesta sul Monte”, borbottò uno di loro.

Chino sul gigante ormai privo di sensi (e probabilmente di vita), il piccoletto stava osservando il suo avversario mostrando sempre il sorriso di quando era arrivato; si alzò, si girò verso gli astanti, e prima di continuare nel cammino, disse loro: “OOOOoooOOOOooo spettatori-San, se Gigante-San si sveglia, voi dire che Shiro ha regalato a lui rumore di tuono, si?”.

E voi, volete sentire rumore di tuono?


17 gennaio 2011

Try again

Lo spogliatoio è abbastanza freddo. In piedi su una pedana di legno, una figura si sta infilando una strettissima maglia nera con le maniche lunghe.

“Per fare la Lotta, qualunque tipo di Lotta, dicono che serva molta forza. Tutto vero.
Quello che non ti dicono, però, rende tutta la faccenda un po’ complicata”.

Si infila lentamente un paio di pantaloni bianchi, larghi, di cotone grezzo.

“La Lotta l’ho scoperta tardi, purtroppo. Mi è sempre piaciuto un sacco menare le mani, e non ho mai preso in considerazione l'ipotesi di lottare; ho provato poche lezioni di Greco-Romana, ma la prospettiva di indossare il body non mi entusiasmava quel granché, per cui c’ho mollato subito.

Poi, vuoi l’età, vuoi il fisico, vuoi che mi son rotto le balle di prendere dei pugni in bocca, ho provato a darmi al Judo. L’avessi mai fatto”.

Annoda i pantaloni dopo averli stretti con due laccetti ai fianchi.

“Adesso mi alleno sei volte alla settimana, sei e dico sei, mica tre, mica un-giorno-si-e-uno-no, tutti i maledetti giorni della settimana. No, domenica non conta come giorno della settimana.
Ho detto di no.
Adesso faccio la Lotta. Judo e BJJ. Che messi così sembrano due modelli di aereoplano, ed invece sono due stili.
Che poi uno mi guarda e mi ride in faccia. Beh, vecchio, se lo fai te, figurati se vengo io!
Me l’han detto in tanti, tanti davvero. Poi son venuti in pochi. E non è tornato nessuno.

Gente grossa, anche. Potente. Che mi alza da terra con un braccio, davvero. Gente che la vita non li ha trattati neanche troppo bene, mica i primi fighetti che passano per strada.

Solo che gli mancava il Zic".

Si infila una pesante giacca dicotone grezzo, un filo rigida.

"Chiamasi “il Zic” quel tantino di più che contraddistingue una cosa speciale per motivi non del tutto precisati. Tipo: passa una ragazza nella media, mica tutta sta figona, però carina, eh, carina sì, che porco cane sai che è carina? Oh, ve, ma come si chiama quella lì? Eh? No, così, mi interessavo… e che ti devo dire, non è mica una roba dell’altro mondo, però non so, c’ha quel qualcosa che, si, che mi dice di più, quel non so che…

Insomma, c’ha il Zic.

Ah, Zic si pronuncia con la “Z” dolce, quella specie di S sibilata delle nostre parti.

Dicevo?
Gli mancava il Zic, ecco. A quelli che son venuti ad allenarsi, mica alla tipa di prima. Quella il Zic ce l’aveva, ma mica per la Lotta, o almeno non quella che intendo.
Che non son neanche le tue cosiddette potenzialità che te lo fanno piacere. Cioè, per un po’ si, ma mica dura, eh. Puoi essere anche un fenomeno, ma ci vuole davvero di più.

Perché vincere è la parte facile, si sa; anche se a me no è mai capitato. Dicono che sia bello.
Ciò che non viene compreso, che poi è il fulcro della faccenda, è che il concetto di vittoria è relativo. Così come quello di forza.

Per esempio, io sono vecchio per quello che faccio. Si dai, faccio pure un pochino ridere, da vedere. Son lì che mi smanio, e volo, e faccio un sacco fatica. E c’ho ancora un grado ridicolo, roba da nascondersi.

E non ho mai fatto una gara. Mai. Neanche una medaglia. Un trofeo. Anche di partecipazione, un “beh dai, almeno c’hai provato”.
Nada, niente, niet.

A me non servono le medagliette. A voi forse sì, niente di male, eh, ci mancherebbe.
I premi? Ve li lascio tutti, che di roba sulle mensole ne ho anche troppa.

A me non servono, perchè io vinco ogni volta. Io sono fortissimo.
Perché nessuno, e proprio nessuno, può battere ME.

Perchè io ho continuato. Stringi i denti, tientiti il male, dai dai dai. Su.

Perchè non è mai abbastanza. Cosa pensi, che faccia male? dai, va, che mia madre me le dava più forte".

Incrocia i lembi della giacca sul davanti.

"Perché ogni volta che mi han buttato giù, mi son rialzato".

Si annoda alla vita una cintura di cotone e si incammina veros la porta.


"E non ho ancora smesso".

Walk on!